“Ascoltare dentro confini in estensione”

“Ascoltare dentro confini in estensione”

QUI ED ORA

Nel nostro lavoro di analisti, la possibilità di farsi carico della sofferenza dell’altro passa attraverso l’ascolto di noi stessi, di quegli aspetti interni che vengono attivati dall’incontro con l’altro e che noi ripercorriamo, rivivendoli in noi stessi, a volte riuscendo anche ad elaborare un punto di vista nuovo con il quale guardare ad aspetti dolorosi della nostra storia. Questa operazione creativa la possiamo mettere a disposizione dell’altro nell’ascolto del suo mondo interno, affiancandolo nella ricerca delle sue risorse per poter, a sua volta, attribuire un senso diverso alla propria sofferenza.

In questo lavoro, ho cercato di raccontare il mio percorso interno e quei momenti difficili che, però, attraversati, mi hanno aiutato a creare un contenitore mentale accogliente per le persone che ho incontrato in questa esperienza di ascolto telefonico durante il periodo della pandemia e che hanno fatto di questa esperienza, un’esperienza speciale.

IL LOCKDOWN

Piove. Siamo in una condizione di sospensione, da giorni ormai. Le strade vuote e l’isolamento nel quale siamo costretti diventa gradualmente uno spazio mentale nel quale si affollano aspetti dimenticati che riaffiorano, sogni densi e vividi vissuti con intensità. Ma sono sufficienti immagini, che, più delle parole, trasmettono la caducità della condizione di tutti noi: strade deserte, file infinite di feretri, l’angoscia dei medici e degli infermieri, le lunghe file per acquistare del cibo, che squarciano questo “limbo” e mi riportano con violenza in una dimensione dove la speranza, la costruzione e la creatività sembrano essere scomparse.

Persone che muoiono sole.

A volte, quando pensiamo alla morte dei nostri cari o alla nostra, è rassicurante pensare che li potremo aiutare ad affrontare questo “passaggio” stando vicino a loro oppure auspichiamo che, quando accadrà a noi, avremo qualcuno che amiamo, vicino …. Ma anche questa rassicurazione, questa illusione, si è infranta contro il muro dell’ineluttabilità del contagio, della necessità della protezione di sé stessi.

La mente è attraversata da pensieri persecutori: sembra un’esperienza troppo simile a “mors tua, vita mea” ma che si può, forse, modulare rimanendo umani, piuttosto che lasciare troppo spazio alla paura.

Ma, come fare a rimanere umani?

E’ la prima volta nella mia vita che ho l’occasione di osservare come la natura, il mare, l’atmosfera riparino velocemente le loro ferite: è sorprendente! Tanto veloce la natura, tanto lento l’uomo: vien da pensare come i processi riparativi, l’affermarsi della vita, anche nel nostro ecosistema, siano messi a rischio dalla distruttività dell’uomo stesso: sistemi economici che subiamo ma che alimentiamo con la nostra famelicità: un nuovo telefono, un nuovo pc, una nuova auto …

Mi sento sospesa tra la speranza che avvenga un cambiamento e la certezza di vivere ancora una volta un’illusione: cosa accadrà dopo?

E i pazienti? Sono stati bravi i miei pazienti. Insieme, pazientemente è il caso di dire, abbiamo cercato di riannodare i fili, di riprendere le maglie cadute e continuare a tessere, a ricostruire quella trama che si era sfilacciata con questo importante cambiamento di assetto nel lavoro analitico, conseguente

all’evento traumatico della pandemia, e ritrovare una dimensione costruttiva utile per entrambi: L. 23 anni, alla ripresa delle sedute in presenza: “ … ce l’abbiamo fatta, dottoressa, non abbiamo mollato mai! …”

LUOGHI E TEMPI: IL „QUI ED ORA“

Come analista che raccoglie i segnali che il corpo del paziente invia come forma di comunicazione alternativa alla parola e cioè i rumori, l’odore, la postura sul lettino, garantendo, nel contempo, al paziente stesso un luogo fisico, la stanza d’analisi, nel quale dispiegare l’incontro analitico, l’esperienza di ascolto telefonico durante il covid ha rappresentato in qualche modo una sfida, un „navigare a vista“ sul „mare“ di un’esperienza assolutamente nuova e mai sperimentata prima, una dimensione che non trovava riscontro in alcuna esperienza precedente e in alcun riferimento teorico già codificato che potesse aiutare ad orientarmi. Nessuna bussola …

Come poter garantire dunque uno spazio di ascolto? Come scandirne il ritmo? Quale la sua natura? Credo che la risposta sia nell’esperienza vissuta insieme al mio interlocutore e che si è imposta, da subito, durante le telefonate per il servizio di ascolto nel periodo del covid.

Un’esperienza vissuta nel „qui ed ora“.
Ma quale „qui“? E quale „ora“? Quale è stata la qualità dell’esperienza?

Facile descrivere il „qui“ attraverso ciò che non è stato: non era un luogo fisico, non era la stanza d’analisi, non era il percorso che fa il paziente per arrivare in seduta, non è la relazione con i luoghi, gli oggetti, non era il lettino, non era un percorso analitico con i suoi strumenti, i suoi tempi e modi …

Il „qui ed ora“ è stata sia un’esperienza di concretezza nel garantire una continuità „fisica“ all’esperienza stessa, assicurandomi di avere una linea telefonica funzionante, garantendo una continuità nell’ascolto, chiamando la persona e richiamandola quando la linea cadeva e sia mantenere una continuità fatta di giorni, di ritmo, e la possibilità di elaborare una separazione, di potersi salutare un pò alla volta …

Il „qui“ è stato la costruzione di uno spazio interno nel quale riuscire ad immaginare le persone nella loro realtà e nella loro storia passata: le immagini vivide nella mia mente suscitate dal racconto dei miei interlocutori, mi hanno aiutato ad accompagnarli e ad immedesimarmi, a partecipare al loro vissuto emotivo.

… provare continuamente a trovare uno sguardo amoroso, piuttosto che esigente, cercare e cercare, ed ogni volta disilludersi …

Alla base della difficoltà a tollerare e contenere l’angoscia scatenata dalla pandemia, ho ritrovato dimensioni traumatiche infantili dove un elemento comune che emergeva era il bisogno di poter essere visti nelle proprie fragilità e nelle proprie paure, di poter dare diritto di esistenza a sé stessi e al bisogno e di essere amati per come si è.

Di essere ascoltati.

Sebbene in questa esperienza sia mancata la possibilità di strutturare un setting psicoanalitico, pure è stato presente uno strumento psicoanalitico fondamentale: l’ascolto dell’altro attraverso l’ascolto di sè.

L’ascolto e l’identificazione con il mio interlocutore hanno dato luogo ad immagini, come in un film, frutto dell’incontro tra me e l’altro, forse anche facilitato dal fatto di conoscere e di aver fatto esperienza di una certa mentalità, essendo io stessa originaria di quelle zone. Il „qui“ è stata anche l’esperienza di un „campo“ comune, una zona di transito e di scambio di pensieri, immagini, speranze. Fantasie spaventose.

Penso inoltre che il periodo che ho vissuto durante il lockdown abbia contribuito a preparare questo spazio interno, a renderlo accogliente rispetto alle angosce di morte che si erano riattivate nell’esperienza di queste persone. Riandare alle mie esperienze personali, vivere questa angoscia, disilludermi ancora, risperimentare la disperazione, vivere la colpa e il desiderio di riparare, credo mi abbiano predisposto all’ascolto del loro vissuto, a potermi identificare con esso e poter proporre loro un senso diverso alla loro esperienza.

Credo che questo incontro abbia giovato non solo alle persone che lo hanno richiesto, ma abbia arricchito anche me confermandomi, ancora una volta, di come il modello psicoanalitico sia estremamente versatile ed in grado di „leggere“ situazioni diverse dall’esperienza nella stanza d’analisi e poter dare comunque un contributo costruttivo. La possibilità di costruire un senso diverso e di proporlo ha contribuito inoltre a ridimensionare in me paure e pensieri dolorosi, alimentati dall’angoscia di morte, attraverso quell’atto creativo che si esprime nella costruzione di un punto di vista diverso.

Lucilla Nicolai

Roma, 23 settembre 2020

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