ASCOLTO RECIPROCO

CONVEGNO “CONFINI” PENNE, 19- 20 settembre 2020

ASCOLTO RECIPROCO

“…egli deve rivolgere il proprio inconscio come un organo ricevente verso l’inconscio del malato che trasmette; deve disporsi verso l’analizzato come il ricevitore del telefono rispetto al microfono trasmittente (…)” (Freud, 1912).

Netta e determinata la spinta che ho sentito ad aderire all’iniziativa promossa dal ministero: un servizio gratuito rivolto a chiunque avvertisse il bisogno di essere ascoltato in un momento in cui si navigava a vista in un mare di angoscia interna, ri-agitata dalla situazione esterna. Se da una parte mi sembrava una sorta di imprecisata e sconfinata immersione nell’anonimato (al telefono con uno sconosciuto che tipo di incontro sarebbe stato possibile?), dall’altra sentivo saldi alcuni aspetti riconducibili alla responsabilità: il desiderio di offrire la mia “competenza” in modo volontario, il senso di un’appartenenza ampia (prima di tutto a Lo Spazio e alla SIEFPP), l’esperienza di una pandemia che accomunava la collettività, il conseguente lockdown con qualità di protezione ma anche di forzata chiusura, la cornice dei 4 colloqui stabilita dal servizio, la gratuità e l’uso del telefono o affini. Accanto a questi aspetti più esterni, che costituivano una sorta di setting “altro” a cui bisognava adattarsi, ho sentito di poter contare su alcuni punti di riferimento interni: la fiducia nell’ascolto, la curiosità verso un’esperienza per me del tutto inedita, una disponibilità a lasciarsi toccare dall’altro e ad ascoltarlo attraverso me stessa, una dimensione relazionale in dialogo con il mio mondo interno. E tuttavia, o forse grazie a tutto questo, mi chiedevo: dentro questi confini l’incontro con l’altro come sarà? In che modo sarà influenzato dall’assenza dei corpi? Come incontrare l’altro consapevoli di una privazione così importante? Questa privazione ha aspetti luttuosi (siamo cioè dentro una situazione in cui stiamo elaborando il lutto, io e l’utente, di una perdita intrinseca nello stesso incontro)? Il limite dei 4 colloqui se da una parte delinea una cornice a garanzia della realizzazione e della protezione dell’incontro, dall’altra implica e riapre lo scenario dell’abbandono o di una separazione forzata?

Mi accingevo così a fare una telefonata per fissare il primo colloquio a una delle persone che mi erano state assegnate. “Ma allora richiamate davvero!”, ha esclamato la donna appena contattata. E subito mi sono sentita immersa in un’esperienza del tutto nuova: non mi era mai capitato che qualcuno si fosse sorpreso di essere ricontattato dopo aver lasciato un messaggio a studio privato o al laboratorio. L’esclamazione di questa donna apriva uno scenario multiplo in cui mi sembrava di poter ravvisare a tutta prima sentimenti di stupore, poca fiducia nelle istituzioni, sollievo rispetto a un’attesa dagli esiti incerti, la fantasia che l’oggetto sia fatiscente o illusorio, l’idea che le proprie azioni siano destinate al fallimento, un’ambivalenza rispetto al proprio bisogno di essere aiutata, la fantasia “morta” che tanto nulla potrà mai cambiare. Vorrei soffermarmi su un punto, per poterlo insieme a voi interrogare e pensare. Come utilizzare, in una situazione d’emergenza, l’ascolto psicoanalitico? Se ascoltassi quell’esclamazione al primo contatto telefonico con una persona che chiede un colloquio, appunterei nella mia mente tutte le domande e i pensieri in attesa di ricevere ulteriore materiale portato dal paziente in analisi. Sarebbero alcuni punti della “mappa” da

sviluppare e approfondire. E in una situazione come questa? E’ possibile per l’analista mettere dei confini all’ascolto psicoanalitico, utilizzare dei filtri per adattarlo allo scopo, in qualche modo sacrificarne alcuni aspetti per renderlo più fruibile dall’altro ma anche da se stesso? Che fine hanno fatto nei 4 colloqui le ipotesi da me formulate intorno a quell’esclamazione? Sulla base della mia esperienza credo di poter dire che, dopo le ipotesi iniziali, sono tornata a utilizzare un pensiero più aderente alla realtà che stavamo vivendo. Mi sono ritrovata a pensare: “E certo che si sorprende! Tutti coloro che appartengono al mondo della sanità sono alle prese con il virus, sono altrove”. Quell’esclamazione ora mi sembrava persino naturale e condivisibile. Ma sentivo di dover porre attenzione a non colludere con l’utente attraverso la comune fantasia di sparizione di tutto e tutti. L’angoscia di morte, veicolata dall’espressione “ma allora chiamate davvero!”, andava accolta e riportata nel mondo interno, non certo amplificata o peggio confermata dai miei assensi più o meno indiretti. E, accanto o intrecciata all’angoscia di morte, non c’era forse anche un contenuto di vita del tipo “Ma allora qualcuno c’è ancora, nonostante tutto!”? Non c’era forse anche un’implicita gratitudine verso una presenza “qui ed ora” gratuita, proprio in un momento in cui le figure sanitarie erano pressoché irreperibili? Sentivo che dovevo anche valorizzare questo aspetto più “creativo”, che forse svelava una fiducia nell’altro “vivo” come rappresentante di un sé vivo.

Qual era la qualità di ascolto che avrei dovuto o potuto mettere in “campo” per avvicinare la persona all’ascolto più profondo di se stessa? Era questo il confine che avrei voluto valicare con questa persona (ma anche con le altre persone che si erano rivolte al servizio, laddove ne sentivo la possibilità): il confine tra esterno e interno, quel transito che permette di sentire il mondo esterno meno minaccioso nel momento in cui una flebile luce rischiara un piccolissimo angolo del mondo interno, quel confine attraverso cui si passa da una condizione di anonimato a un’altra che pian piano rintraccia e costruisce la responsabilità di un Sè autore e attore delle proprie vicissitudini emotive. Era come se questo passaggio urgesse di essere realizzato in un tempo breve, dominato dall’angoscia della catastrofe ma anche da un impellente desiderio di vita. In questo specifico caso restare nell’incertezza dell’anonimato avrebbe potuto generare ulteriore angoscia, sia nell’utente che in me. Sentivo ridursi il tempo che predispone all’attesa (anche questa è un ingrediente sostanziale dell’ascolto analitico) che nuovi significati emergano dall’esperienza condivisa nella relazione analitica. La disposizione interna, fluttuante tra pensieri non ancora pensati, andava forse trasformata in una cassa di risonanza che rapidamente traducesse l’angoscia in un pensiero di senso “compiuto” e forse più vicino alla responsabilità. Questa era la mia “tecnica” al telefono: ridurre l’angoscia di entrambi (mia e dell’utente) con l’introduzione di un pensiero sensato sul quale avremmo potuto far leva. Ma era solo la mia tecnica o forse in qualche misura anche una strategia messa inconsapevolmente in atto dalla persona al telefono, come a intuire e a soddisfare un bisogno di contenimento reciproco?

E così, tra un pianto “fiume” e una valanga di parole intrise di lamentele e disperazione, ho “ascoltato” alla fine del primo colloquio una frase/argine, un’espressione avente la funzione di un confine entro cui far circolare l’esperienza dell’incontro: “Certo che voglio prendere un appuntamento per un altro colloquio, li vorrei fare tutti e 4 i colloqui previsti…sempre che lei mi voglia ancora ascoltare, dott.ssa Delicato”. Sentirmi chiamare per nome mi ha fatto, in questa precisa situazione, un effetto particolare. Ma perché mi sentivo così colpita? Del resto sempre, durante il primo colloquio, ho avuto nella mente che stavo ascoltando Sara, una donna di 38 anni, spaventata e con un enorme bisogno di vuotare il sacco.

Lo stava svuotando proprio per riempire il mio sacco/mente, come se avesse urgenza di evacuare il suo materiale ingombrante, e probabilmente sentito da lei mortifero, affinché qualcuno lo accogliesse come vivo e prezioso. In particolare ho sentito vivo il movimento creato nella e dalla

relazione: dare/ricevere e viceversa. Dal colloquio successivo avrei potuto accompagnare Sara all’ascolto di se stessa, interrompendo qui e là il fiume in piena con domande che la fermavano a riflettere sull’emozione che stava sentendo e a collegarla con vissuti del passato. Nei quattro colloqui Sara ha potuto narrare la sua storia, riprendendosi a tratti il ruolo della protagonista. E’ stato un po’ come scrivere un racconto breve a quattro mani. A distanza di un mese, quando la chiamo per il follow up (eravamo rimaste che l’avrei chiamata io), Sara mi accoglie quasi urlando: “Dott.ssa Delicato, si è ricordata! Come sono contenta di sentirla e di dirle che ho pensato a quello che ci siamo dette. Ho deciso che inizierò un percorso, ne ho proprio bisogno. Dopo l’estate contatterò il consultorio di zona. I colloqui con lei mi hanno aiutato a vergognarmi meno di aver bisogno di aiuto. Ce la posso fare, vero dott.ssa Delicato?”.

Ninfa Delicato

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