Covid: sostegno e psicoanalisi

Lo Spazio Psicoanalitico è stato invitato dal Ministero della Salute, in quanto istituzione formativa accreditata e riconosciuta nella sua affidabilità e professionalità, a far parte del programma di ascolto e sostegno psicologico durante la pandemia da coronavirus. L’ organizzazione prevedeva un primo livello in cui persone competenti nella psicologia dell’ emergenza filtravano le richieste di aiuto, e un secondo livello in cui le richieste venivano inviate ai professionisti che, nell’ ambito delle scuole scelte appartenenti alla SIFEPP ( Soci Italiani della Federazione Europea di Psicoterapia Psicoanalitica), si erano resi disponibili.

Il programma prevedeva per ciascuna persona richiedente aiuto quattro colloqui da svolgersi telefonicamente a cui poteva essere aggiunto un feedback dopo un certo periodo di tempo.
Nel Convegno de Lo Spazio Psicoanalitico “Confini”, tenuto a Penne nei giorni 19 e 20 settembre 2020, sono state presentate delle relazioni in cui sono raccolte alcune esperienze fatte da nostri Soci nel corso della partecipazione al’iniziativa.
Pubblichiamo i testi che seguono come un esempio del lavoro svolto da quanti hanno partecipato a questo intervento.

COVID : SOSTEGNO E PSICOANALISI

Come emerge in vari modi negli interventi di ciascun collega il problema nel predisporsi all’ ascolto telefonico delle richieste di aiuto durante il periodo della quarantena è stato quello di dover fare i conti con delle sedute limitate ad un tempo ben preciso, i quattro incontri, in cui potevano

emergere solo le aree sintomatiche, essendo preclusa la possibilità di avvicinare l’intera personalità del paziente. In molti casi seguiti i sintomi si sono rivelati essere la punta di un iceberg con radici profonde, più o meno latenti, che la situazione di astinenza dai contatti sociali e in generale dal mondo esterno ha fatto esplodere o riacutizzare. Sono venute a mancare tutte le modalità controreattive e compensatorie agli stati di solitudine interna e insoddisfazione di sé. Nelle restrizioni necessarie per evitare i contagi è venuta meno infatti l’immersione in una realtà altra, quella dell’ agire, dell’ incontrarsi, dell’andare per negozi a vedere e comprare oggetti. Modalità utilizzate spesso come momentanee fughe, a volte vere e proprie scissioni agite, rispetto ai momenti di frustrazione e di solitudine, dando la sensazione di sentirsi più vivi nel riverbero della vita degli altri. Così nella realtà del Covid questi stati di carenza sono tornati indietro come un boomerang sotto forma di sintomi allarmanti, come nel caso di molte persone che si sono rivolte a noi: ansia

forte, attacchi di panico, cadute depressive aumentate dal fantasma del “virus killer” in ogni momento pronto a colpire. Di fronte ad un persecutore sconosciuto e invisibile la persecuzione si è internalizzata. In certi stati d’ ansia il virus sembrava essere entrato veramente nel corpo, limitando il respiro, i movimenti, la padronanza di se stessi. Come un alieno che si impossessa del corpo dell’ospite nutrendosi di lui. Claustrofobia e paura di perdere il controllo.

“Ho tanta paura di essere un’altra persona” diceva un giovane. Ma questa altra persona era lui. Le sue parti più fragili, ancora infantilizzate che si sentivano impotenti e che avevano bisogno di essere ascoltate, prese per mano, tranquillizzate, proprio come si fa con un bambino spaventato da un rumore improvviso e sconosciuto che lo fa sentire in pericolo.

Una giovane infermiera si è ritrovata a trascorrere la quarantena con il proprio ragazzo, infermiere nell’ area del COVID, per sostenerlo nella quarantena suppletiva a cui si doveva sottoporre dopo i turni in reparto. Brava ragazza, brava infermiera che si sentiva molto adeguata alle aspettative dell’ambiente di provincia dove viveva, al riparo da conflitti che sino allora le avevano permesso di mantenere scissi gli aspetti aggressivi ma anche quelli evolutivi. Modalità che, oltre a proteggere lei, serviva a proteggere l’intero nucleo famigliare dal cambiamento sentito come minaccioso. Tale realtà ovattata entrò subito in crisi. Non c’ era la propria famiglia a proteggerla. La sua modalità controllante tutto e tutti entrava in crisi. Forte delusione rispetto alle coccole del ragazzo che non arrivavano, rabbia per dover essere lei a sostenere la doppia quarantena e la stanchezza e avvilimento del ragazzo dopo i turni in un reparto così difficile, e relative crisi di pianto e sensi di colpa quando il ragazzo decise di andarsene per conto suo.

Il vacillamento del proprio assetto protettivo messo in pericolo dal Covid che all’ improvviso catapulta nell’ isolamento ha attivato fantasie persecutorie non solo in questa giovane, ma nella maggior parte dei 100 casi di cui ci siamo occupati. Problemi pregressi, anche molto antichi e incistati sono stati slatentizzati da questo stato di emergenza pandemica, facendo sentire molte persone in balia di sensazioni sconosciute di grande impotenza. Gettando nell’ansia, nella depressione, e in alcuni casi nella protesta furibonda verso le istituzioni più o meno assenti sul piano del sostegno psichico, come una signora che ha utilizzato i colloqui per inveire contro i servizi, lo stato e noi stessi che avevamo una disponibilità a tempo limitato. Una donna che non era disposta a dare la mail sulla quale le avrei

potuto inviare il testo del consenso informato non fidandosi dell’uso che avrei potuto farne, che da una parte reclamava il suo diritto ad essere aiutata e dall’ altra sentiva che non le davo sufficienti garanzie . lo sentiva anzi come un tentativo del Ministero rispetto ai colloqui e mio personale di reclinare qualsiasi responsabilità. Così i colloqui le si sarebbero potuti ritorcere contro. Il terzo colloquio è terminato con il proposito di fare un esposto al Ministero denunciando la mia inabilità a poterle dare un sostegno psicologico.

Realtà difficili. Mi sono ritrovata in alcuni momenti a chiedermi “ma chi me lo ha fatto fare?” Stavo tanto tranquilla (e protetta) con i miei cari pazienti ed ora eccomi gettata in una specie di arena. Mi sono ritrovata portatrice di quel senso di persecutorietà lamentato nei colloqui telefonici, unito al personale desiderio di non ritrovarmi esposta. Esposta ad una realtà altra, come quella di cui erano portatrici le richieste di aiuto. Realtà materica che entrava massicciamente. Ormai è dall’insegnamento di Bion che l’ascolto analitico è rivolto sempre più ad entrambe le aree. Quella simbolica e quella della vita reale, con i suoi problemi oggettivi e le sue urgenze. Come quelle di una madre con la pensione sociale ritrovatasi sola per la carcerazione del figlio e la preoccupazione di dovergli inviare il pacco di generi di prima necessità con lo spettro di un aggravio economico non sostenibile. L’ unica possibilità di aiuto poteva essere cominciare a mettere degli oggetti in questi pacchi, sia nell’ animo della signora che nella cella del figlio. Anche in questi casi è stato l’ascolto analitico ad aver permesso a ciascuno di noi di avvicinare quei livelli di sofferenza. Così gli interventi miravano da una parte a supportare le persone nella loro richiesta di aiuto immediato valorizzando positivamente le loro risorse, dall’ altra a suscitare in loro l’interrogativo di come si rapportavano a se stessi e di quale fosse il modo di funzionare che mettevano in atto. Mettendo l’accento sul modo in cui si relazionavano al proprio corpo, al proprio malessere, agli altri, noi compresi, a come evitavano il passaggio trasformativo delle emozioni in pensiero, paralizzando la mente. Accogliere e attivare il transfert che ogni persona fa sul proprio corpo fa sentire più integrati. Tutto ciò è stato possibile grazie all’ uso della reverie basata sull’ascolto che il terapeuta fa di quello che sente immedesimandosi, sì da poter dare al paziente la visione che quello che prova è sopportabile. Sollecitandolo ad assumersi la responsabilità anche dei suoi sentimenti di paura e di odio, e invitandolo ad attivare le potenziali risorse della sua mente di fronte a queste emozioni.

Emanuela Mangione

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