Eventi traumatici globali

Eventi traumatici globali

Dott.ssa Bruna Palazzetti

Nell’ultimo convegno abbiamo parlato di confini utili o necessari per distinguere e organizzare i dati di realtà, confini che limitano e forniscono un contenitore a porzioni della realtà psichica, come il fatto scelto e il setting psicanalitico, che creano le condizioni per l’osservazione e il pensiero.

Abbiamo discusso di quei confini che permettono a un contenitore pensante di accogliere e rielaborare un contenuto non pensato, nella relazione contenitore contenuto della seduta analitica.

Abbiamo parlato dei confini a carattere difensivo necessari per contenere l’angoscia, che però possono diventare patologici quando sono troppo rigidi, come difese primitive basate sul diniego, la scissione, l’identificazione proiettiva. Confini che l’analisi tenta di rendere consapevoli al paziente, per poter capire l’ansia che li provoca e trovare strumenti più permeabili, che permettano lo sviluppo di un pensiero capace di gestire l’ansia in accordo con la realtà.

Abbiamo esaminato quei confini che nella mente, nel corpo e nel comportamento impediscono il libero fluire di transiti da un livello all’altro del Sé. (es. quando un contenuto rimane imprigionato nel corpo e si esprime solo attraverso una malattia somatica).

Aggiungerei due confini, ineludibili per la crescita e la salute mentale, quello fra vero e falso e quello tra buono e cattivo (ciò che è buono per la vita e ciò che non lo è. 1). Ad esempio la costruzione della bomba atomica è attinente alla ricerca della verità e rispetta le regole del metodo scientifico, ma non rispetta il principio della cura e la preoccupazione per la vita. Come psicoanalisti penso che non si possa non prendere posizione. Se questi confini vengono rispettati sarà più facile per l’individuo tollerare le frustrazioni che il principio di realtà richiede e assumersi la responsabilità per eventuali danni che possiamo avere inferto ai nostri oggetti.

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1) “La cura della vita non vuol dire soltanto il desiderio di non uccidere, anche se questo ne è il significato di base. Vuol dire anche cura di un oggetto proprio perché ha la qualità di essere vivo … La mancanza di cura per la vita, al contrario vuol dire considerare un oggetto vivo come indistinguibile … da una macchina, da una cosa o da un luogo”.Bion W. R. (1960), Cogitation, , Armando Editore, Roma 1992, p. 147

 

Possono questi strumenti aiutarci a comprendere anche i traumi sociali?

Il Corona Virus ha abbattuto tutti i confini geografici, storici, culturali, di specie, poiché, come tutto ciò che appartiene alla vita sulla terra, non conosce confini, tranne quello fra sé e la sua possibilità di riprodursi, penetrando nelle cellule di un altro organismo vivente. Questi sono i fatti, con i quali sembra difficile fare i conti.

Freud parla di questa difficoltà in innumerevoli scritti, tra i quali Nevrosi e psicosi e Inibizione sintomo e angoscia, in cui evidenzia come certi meccanismi difensivi siano il risultato dell’insuccesso dell’Io nei confronti del principio di realtà.

Penso che la traumaticità di questo evento, oltre che essere dovuto alla minaccia concreta di morte, prodotta dalla pandemia, sia aggravata anche dalla percezione di un pericolo anche più grave della morte di milioni di persone e nuovo nell’esperienza storica, quello di aver danneggiato irreversibilmente la fonte stessa della sopravvivenza della nostra specie e il pianeta che ce la fornisce. Non sto a ripetervi quello che ogni giorno i media ci trasmettono sulle condizioni dei nostri oceani, delle foreste pluviali, dei ghiacci polari, delle innumerevoli specie in estinzione, delle condizioni climatiche dovute al riscaldamento globale, delle spaventose diseguaglianze sociali e della povertà dilagante. Quello che non riusciamo a tollerare è sia la consapevolezza che, se non facciamo ora qualcosa, l’estinzione della nostra specie, insieme a quella di molte altre è assicurata, sia che ne abbiamo la piena e totale responsabilità. Questo processo disastroso non è ancora concluso, ma sta avvenendo e ciò attiva quel tipo di angoscia primitiva che il neonato prova quando perde il contatto con la madre, come la collettività perde il contatto con la madre terra, nelle questioni ecologiche-ambientali. Questa perdita, che non permette al bambino di stare più insieme, produce un’angoscia di dispersione e di annientamento, molto ben descritta dalle osservazioni sul neonato di Ester Bick  (Harris M, Bick E., Il modello Tavistock. Scritti sullo sviluppo del bambino e sul trining psicoanalitico, Astrolabio, Roma 3013.) Questa autrice aveva notato come il neonato, in certe situazioni, sia pervaso da un’agitazione motoria, che rivela un’incapacità di tenersi insieme, finché non recupera il sentimento di unità, quando trova un appiglio in un oggetto dell’ambiente che riesce a catturare l’attenzione di suoi sensi e gli permette la percezione di sé. Una volta molti anni fa potei osservare un neonato, nato in condizioni molto difficili e che era stato parecchi giorni in incubatrice. La madre lo stava cambiando, appena gli tolse il pannolino, smise il contatto per qualche attimo con gli occhi del bambino e si allontanò dal fasciatoio. il bambino fu preso da un’agitazione motoria inconsulta, girava la testa da una parte all’altra, non riusciva a posare lo sguardo su nulla. Io non so perché ma provai ad attrarre l’attenzione del bambino facendo il verso di una papera e muovendo la mano come se fosse stata il becco. Il bambino smise immediatamente di agitarsi e iniziò a seguire i movimenti della mia mano. Come aveva osservato già E. Bick, il bambino si era tenuto insieme quando i suoi sensi gli avevano permesso di percepire qualcosa fuori di sé e questa percezione lo conteneva.

Questo bambino aveva ragione ad angosciarsi, perché la sua sopravvivenza dipendeva dalla presenza della madre. Anche noi dipendiamo per la nostra sopravvivenza dalla salute della biosfera del pianeta e questo lo sappiamo istintivamente, non c’è bisogno che gli scienziati ce lo dicano, perché lo abbiamo già sperimentato nel passato individuale con la presenza o l’assenza delle nostre madri. Questa verità ci riporta alla fragilità dell’infanzia, rivela i limiti dell’essere umano e genera altre angosce, quelle persecutorie, perché identifichiamo proiettivamente la nostra distruttività sull’oggetto, danneggiandolo e questo fa emergere il nemico pericoloso, (come l’uomo nero dell’infanzia, o le popolazioni africane attuali che noi lasciamo morire nel Mediterraneo), oppure, se siamo più consapevoli delle nostre responsabilità, può produrre angosce depressive di perdita e di colpa molto gravi. Tutte queste angosce necessitano di difese drastiche.

In Italia le prime notizie sulla diffusione dell’epidemia non mi hanno colpita profondamente e non sembra abbiano colpito i miei connazionali, compresi quelli dediti all’informazione per professione. Sembrava un episodio grave che però avviene in un’altra parte del globo, che non ci riguarda. Anche se a Linea notte, una trasmissione di approfondimento del terzo canale della RAI, c’è una corrispondente da Pechino, Giovanna Botteri, che trasmette invece al pubblico una seria preoccupazione e forse anche spavento, fornisce le notizie con un ritmo incalzante che non promette niente di buono. tuttavia rimane un fatto isolato nel panorama dell’informazione, il trauma da noi non è ancora esploso. Scopriremo solo di recente, che il virus era circolante in Italia almeno dall’estate precedente (nell’agosto del 2019 erano stati effettuati a Milano dei prelievi su una popolazione colpita dal tumore che, conservati e sottoposti oggi a un test per Corona Virus, hanno potuto rivelare la presenza di anticorpi specifici del Covid 19). Avvisaglie c’erano state anche nel dicembre del 2019, quando in alcuni ospedali del Nord Italia si erano osservati casi di polmonite con esito mortale, di cui si sospettava un’origine virale sconosciuta.

Che cosa ha impedito all’Europa e poi a tutto l’Occidente di registrare questi fatti? Perché così evidenti ritardi?

Quando poi si è corsi ai ripari per paura della diffusione dell’epidemia, prima in Europa e poi a seguire in tutto l’Occidente, si chiudono gli aeroporti e si opera un primo tentativo di screening dei passeggeri, pensando che ciò possa ripararci dalla diffusione dell’epidemia. Purtroppo sappiamo come sono andate le cose, abbiamo chiuso la stalla quando i buoi erano già scappati, o meglio quando il virus era già entrato e alla grande.

Intanto le notizie dall’Oriente ci dicono che l’epidemia sta dilagando negli altri paesi: Corea del Sud, Giappone, India, Iran. L’Organizzazione Mondiale della Sanità è in ritardo nel riconoscere focolai dell’epidemia in diversi paesi del globo, il virus risulta molto contagioso, complice la globalizzazione degli spostamenti degli individui. Si tratta di una pandemia, ma l’Organizzazione Mondiale della Sanità ne ritarda la conferma. Questi ritardi nella presa di coscienza sono caratteristici di tutto l’Occidente.

Quali sono le difese fin qui utilizzate? Quale è l’angoscia?

Preferisco partire dall’osservazione delle difese per giungere poi all’angoscia che le genera. Secondo un’ottica psicoanalitica possiamo osservare che da noi in Europa e soprattutto in Italia è in atto una difesa del tipo scissione e diniego onnipotente. Non siamo noi ad essere infettati, è la Cina con tutti i suoi mercati di animali vivi e le sue usanze primitive, la sua arretratezza nel riconoscimento dei diritti civili e mancanza di democrazia. Tutte osservazioni che in parte ci tranquillizzano e ci permettono di distrarci dalla consapevolezza che la Cina è invece una superpotenza, soprattutto dal punto di vista tecnologico, in grado, a dispetto dei nostri pregiudizi, di capire la gravità del fenomeno e di mettere in atto azioni rapide per contenere l’epidemia. Che il pregiudizio allontani la consapevolezza e favorisca un ulteriore distacco dalla realtà è dimostrato dal fatto che gli Italiani cominciano ad avere paura di essere contagiati dai Cinesi delle comunità locali, i cui membri non hanno contatti con la Cina da molti anni e che mandano a scuola i loro figli, che non sono mai stati in Cina e che non ne conoscono a volte neanche la lingua.

La paura, inaccettabile per l’onnipotenza infantile, che pervade l’Occidente è quella, oltre che di annientamento, è di impotenza, nonostante tutto il nostro sviluppo tecnologico non si riescono a gestire pericoli reali. Del resto non è strano che i pericoli reali siano difficili e dolorosi da affrontare. Vorrei ricordare il saggioCaducità, dove il semplice scorrere delle stagioni, per il poeta melanconico e le distruzioni della guerra spingono, secondo Freud ad una elaborazione depressiva, in mancanza della quale non si può costruire un futuro. Si è creduto che lo sviluppo scientifico e tecnologico avrebbe risolto tutti i problemi di salute, si sono affrontate e gestite malattie fino ad ora imbattibili come il cancro o le malattie rare. Chi potrà più fermarci? Come è possibile che un virus così piccolo possa essere così intelligente da mettere in crisi i successi raggiunti nel dominio della natura e della vita del genere umano?

Ma il virus se ne infischia dei nostri sentimenti di onnipotenza, i morti aumentano, gli ospedali del Nord Italia sono stracolmi e non riescono a fronteggiare l’afflusso di pazienti anche gravissimi. Emergono le falle del nostro sistema sanitario, certamente democratico, ma nella realtà insufficiente ed inefficiente, la sanità, a livello territoriale, è del tutto inadeguata, il soccorso è concentrato negli ospedali, che in alcuni casi finiscono per diventare focolai, i presidi medici sono scarsissimi se non inesistenti, Le RSA diventano focolai di contagio e in esse la quantità di vittime è impressionante. Le nostre strategie non funzionano, né quelle di contenimento, né quelle farmacologiche. In Italia si effettua per la prima volta in Europa il “Lock down” completo, tutte le attività sono sospese, le persone sono costrette a casa e sperimentano la mancanza di libertà, l’oppressione della solitudine, il senso di impotenza, la paura del futuro. Mentre si affaccia un’ulteriore minaccia, la crisi economica.

Emergono le disfunzionalità di un sistema basato sulla crescita continua del Pil, sulla prevalenza dell’economia sui bisogni reali, si inquina per far funzionare una fabbrica e quindi dare lavoro, ma l’obiettivo è soltanto il profitto, l’economia finanziaria prevale sull’economia reale, le diseguaglianze diventano sempre più evidenti e appaiono sempre più ingiuste. Diventa sempre più chiaro in ambito scientifico che la causa della pandemia è un passaggio da animale a uomo (spillover), permesso dalla vicinanza di animali selvatici all’uomo, favorita dalla distruzione e invasione dei loro habitat, a causa delle indiscriminate attività umane di deforestazione, agricoltura non sostenibile, sfruttamento del suolo.

Tutto ciò dovrebbe aprire un dibattito sulle scelte economiche e dello sviluppo. Per una parte della popolazione, dei politici e dei media questo sta avvenendo, ma ancora parti considerevoli delle popolazioni occidentali ricorrono ad altri strumenti a carattere difensivo. Compare il negazionismo.

Di questo interessante argomento avrebbe dovuto parlarci Vincenzo Panella, che però non ha potuto partecipare a questa ottica come avremmo voluto, ma lo farà in seguito.

Quali sono gli strumenti che la psicoanalisi ci ha offerto finora per capire questi eventi traumatici?

Da un punto di vista dei modelli psicoanalitici sui gruppi, possiamo osservare, seguendo sia i media ufficiali, che la rete, che, una parte della popolazione e dei politici che li rappresentano, di fronte all’angoscia suscitata dalla pandemia, dal numero spaventoso di morti, dalla difficoltà della scienza di affrontare un virus del tutto nuovo e sconosciuto, dalla difficoltà del sistema sanitario di fronteggiare la crisi, si reagisce, in un primo momento con un atteggiamento che Bion definisce di attacco e fuga ( Bion W.R. (1961), Esperienze nei gruppi, Cap. 4, Armando Roma 1971) si cerca il colpevole, l’untore, colui che ha provocato intenzionalmente la pandemia, il nemico da combattere, ignorando, completamente, le evidenti responsabilità nella diffusione del contagio. Il pensiero è assente. Tuttavia, una parte della popolazione, come è testimoniato da certa parte dei media tradizionali e della stessa rete, comincia a rendersi conto della gravità della situazione e si cerca di correre ai ripari.

Vengono promulgate le misure di lock down, per contenere il contagio, specialmente in Italia dove la pandemia ha colpito più forte, la popolazione reagisce in modo positivo alle misure programmate. Si stabilisce anche un clima di solidarietà sia a carattere emotivo che concreto. Ma la sensazione è che si sia ancora chiusi in un assunto di base, i medici e il personale sanitario sono degli eroi, i cittadini ubbidiscono e si lasciano guidare dai politici e dagli scienziati, sembra un assunto di base di dipendenza, qualcuno ci guida e ci salverà. In seguito si diffonde un clima di speranza, “andrà tutto bene”. Si tratta secondo la teoria di Bion di un altro assunto di base, quello di accoppiamento, che rivela un sentimento di speranza non basato sull’osservazione della realtà. Fuori dall’Italia si è un po’ più indietro, si è ancora nella fase iniziale: Il problema non ci riguarda, l’epidemia è altrove. In Gran Bretagna Boris Jones dice che non verrà presa alcuna misura e che si raggiungerà l’immunità di gregge. Ma il diffondersi velocissimo del virus distruggerà queste convinzioni. Lo stesso premier si contagia e si ammala e quando ritorna dopo la guarigione, per fortuna ha cambiato idea, come sembra tutta la popolazione del Regno Unito. Vengono prese misure più restrittive in tutta Europa. Sappiamo poi che cosa è successo questa estate. L’assunto di base della speranza (accoppiamento), si accentua quando la curva scende. La maggioranza della popolazione e parte dei politici, ritengono che il peggio sia passato e non si rendono conto dei pericoli che potrebbero arrivare. In un clima di eccitazione generale si riaprono tutte le attività che possono riattivare il contagio, comprese le discoteche, le misure protettive vengono ridotte al minimo, si riattiva la circolazione delle persone in Italia e in Europa. A settembre, quando riaprono le scuole, la curva del contagio ricomincia a salire e ci ritroviamo a novembre in un nuovo lock down.

Uno dei fenomeni più interessanti osservabili nei gruppi umani, in seguito alle misure restrittive, soprattutto in Occidente, e il negazionismo, che non è esattamente il meccanismo difensivo della negazione, ma un’ideologia, un “ismo”, quindi, non solo un distacco dalla realtà, come avviene nelle psicosi, ma una manipolazione e una distorsione dell’osservazione stessa della realtà, che utilizza anche altri strumenti come la perversione dei significati e dei valori. “Non vi è attività umana che non possa essere pervertita, perché l’essenza dell’impulso perverso è di trasformare il buono in cattivo…” ( Meltzer D. (1973), Stati sessuali della mente, Cap: 18, p. 207-12, Armando, Roma 1983).

I negazionisti. Non sono una novità, li conoscevamo già come negazionisti dell’olocausto, no vax e coloro che negano il riscaldamento globale. Assistiamo anche a un paradosso, nel momento in cui le misure funzionano, queste persone le vivono come imposizioni forzate ed è il lock down ad essere vissuto come un trauma e non la pandemia.

Dal punto di vista psicoanalitico la negazione è un processo mentale individuale che porta al rifiuto di accettare come vero un fatto assodato, lo scopo è quello di ignorare una verità scomoda il più a lungo possibile. Ma nel caso del negazionismo non è solo un fatto a venire ignorato, non si nega solo la realtà, se ne costruisce una alternativa.

Il negazionismo, che crea un’altra realtà, ha un legame con la perversione e impedisce il conflitto idiopatico  (Concetto sviluppato da WR Bion in Esperienze nei gruppi. Si tratterebbe di una tensione inevitabile fra la tendenza dell’individuo ad adeguarsi alla mentalità di gruppo e il bisogno di restare fedeli alla propria individualità e alla propria ragione. La sopportabilità del conflitto idiopatico permette l’evoluzione individuale e la possibilità che tanti individui formino un gruppo di lavoro.) che è presente negli assunti di base e può attivare il gruppo di lavoro.

Come sappiamo la difesa perversa serve, come le difese primitive, a fronteggiare situazioni di angoscia soverchianti, tuttavia comporta alcune differenze. Questa difesa comporta non solo il distacco dalla realtà, ma una perversione attiva dei significati, dei valori e del giudizio e la creazione di una realtà alternativa falsa. Il negazionista può essere anche un laureato con buone capacità di dissertare. Qui il nemico da attaccare, squalificandolo, è la scienza, per fare questo, è necessario pervertire la ragione. C’è un utilizzo perverso del ragionamento. La scienza è colpevole e ignorante perché ha creato illusioni di libertà, ma garantire la libertà non è un compito della scienza, si afferma che gli scienziati rispetto al virus hanno dato notizie false e contraddittorie, ma non si tiene conto che le contraddizioni sono più dovute ai media che diffondono le opinioni di alcuni scienziati che non basano le loro affermazioni su studi documentati su riviste specializzate, ma esprimono solo opinioni personali. Si dice che le misure del lock down tolgono le libertà individuali, ma non si riconosce che questa affermazione condanna gli altri ad ammalarsi.

Fra i negazionisti vorrei includere i falsi esperti: scienziati che non provano le loro affermazioni con documentati rapporti sui loro esperimenti e cercano di screditare il lavoro degli scienziati che seguono il metodo scientifico, per ottenere certi risultati di convenienza. Questi “esperti” sono in malafede.

(Bion W.R. (1961), Esperienze nei gruppi, Armando Editore 1971, Roma)

Ci sono poi i negazionisti paranoici, che sulla rete espongono la tesi del complotto. Ci sarebbe un sistema organizzato che vuole rendere tutti schiavi, una dittatura sanitaria, che con il vaccino vorrebbe inoculare dei chips per controllare l’intera popolazione mondiale.

Il negazionismo dilaga e ci chiediamo il perché e che cosa si può fare. Sappiamo che la discussione in un gruppo di simili rinforza le proprie convinzioni, non ci si sente soli e questo aumenta la stima di sé. Questa funzione viene svolta dai Social. Si è trovato un modo di negare l’evidenza e questo permette il recupero di quelle certezze che la minaccia del disastro aveva distrutto.

Alcuni sociologhi ( Kan-Harris K., Denial the Unspeakable Thruth, Notting Hill Editions 2018) ci aiutano nella definizione del profilo del negazionista che, a loro avviso, non ha back ground culturale e quindi non è in grado di elaborare informazioni complesse, di solito ha basso reddito, ha una scarsa scolarizzazione, si tratta più di uomini che donne. Ci sono poi persone che sono in malafede, come uomini politici che cavalcano queste teorie per ottenere più consensi, intellettuali e addirittura scienziati che si sentono emarginati.

Tutto questo potrebbe farci ridere, ma il problema diventa serio quando alcuni politici appoggiano questi gruppi che inizialmente sono marginali, perché in questo caso le decisioni della politica non si basano più sulla scienza e le conseguenze possono essere disastrose. Questo è già accaduto nell’America di Trump.

Cosa si può fare?

Molto possiamo fare noi come psicoanalisti, perché siamo in grado di fornire un vertice specifico, utilizzando concetti come gli assunti di base, difese primitive e angosce che sono alla base delle reazioni agli eventi sociali e rendere pubblico il risultato delle nostre ricerche, anche attraverso la divulgazione. Molto può fare l’informazione, che facilita l’elaborazione e la comprensione di una realtà molto complessa. Moltissimo può fare l’educazione attraverso la scuola, che per altro è stata imbavagliata proprio dalle misure restrittive anti-pandemiche. Moltissimo può fare una politica che sani per quanto possibile le diseguaglianze. Tutte queste possibilità possono migliorare la capacità dei singoli di pensare e quindi di agire in accordo con la realtà

Sappiamo che la responsabilità compete al singolo, quindi a ciascuno di noi, e non al gruppo, tuttavia le singole individualità possono concorrere a formare un gruppo di lavoro capace di gestire le difficoltà, così come è altrettanto vero il contrario: l’adesione non conflittuale a un gruppo di base può diventare un moltiplicatore che facilita una fuga dalla realtà.

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