Esther Bick: L’esperienza della pelle nelle prime relazioni oggettuali

Esther Bick: L’esperienza della pelle nelle prime relazioni oggettuali

Presentazione di Bruna Palazzetti

Incontro di giovedì 3 giugno 2021

 

Isabella è stata una mia giovane e bella paziente, che da anni soffriva di un’agorafobia che le impedisce di uscire di casa se non entrando subito nella sua auto, agorafobia che insieme a una fibromialgia, che la faceva sentire sempre stanca, non le ha permesso di proseguire gli studi, incontrare gli amici, lavorare e condurre una vita normale. L’analisi è sentita come l’opportunità di uscire e mostrarsi. Quando veniva all’analisi perdeva molto tempo per acconciarsi.

Aspetto questa paziente dopo l’interruzione estiva.

Quando apro la porta dello studio Isabella, molto ben vestita e sistemata, mi fissa con gli occhi sbarrati, sembra terrorizzata, entra titubante. Una volta nella stanza si toglie la giacca e tenta di appoggiare le cose sulla sedia, ma tutto le cade da una parte e dall’altra. Infine riesce a sdraiarsi sul lettino e comincia a parlare balbettando vistosamente. Dico: “Sembra in imbarazzo, forse potremmo parlarne”.

Gradualmente, il sentirsi di nuovo sul lettino e con la voce familiare dell’analista a disposizione le permette di modulare l’angoscia di ricomporre e contenere le parti del Sé e infine di creare le condizioni per una comunicazione verbale non frammentata.

È possibile leggere il comportamento di questa paziente, secondo un punto di vista classico, come una reazione difensiva, tipica nell’agorafobia, verso il desiderio di mostrarsi, di piacere, vissuto come colpevole e osteggiato da un oggetto interno molto cattivo, che la paziente pensa di aggredire e che nel transfert è proiettato su me che la guardo e la giudico. L’angoscia sarebbe di tipo paranoide, quella cioè di essere di fronte a una madre percepita come rivale, ostile e pericolosa. Il tutto aggravato dalla lunga separazione estiva, in cui non si sa che cosa può essere successo. Questo tipo di interpretazioni aiutarono in un primo momento, ma non hanno messo mai la paziente in grado di fronteggiare l’angoscia di dispersione, che peraltro era anche alla base della situazione agorafobica.

Ma vediamo come reagisce un neonato di fronte a una separazione.

Il piccolo Charles, che ha 10 giorni, in una osservazione, è nudo sul fasciatoio, pronto per essere cambiato. All’allontanarsi della madre, che va a prendere i pannolini per cambiarlo in un’altra stanza, comincia a piangere, volta la testa da una parte e dall’altra, agita le mani, colpendosi e graffiandosi, sgambetta e i piedi si colpiscono uno con l’altro, urla, finché non giunge la voce della madre da un’altra stanza che lo chiama. Allora le grida cessano e sono sostituite da un sommesso gorgoglio di gioia.

Esther Bick nota che il neonato reagisce alla perdita di contatto con la madre con comportamenti che rivelano un’angoscia molto forte di andare in pezzi, di dispersione, di perdita di coesione del Sé, molto diversa da un’angoscia paranoide che produce poi scissione e frammentazione difensive.

Questo tipo di osservazione permette di dare una lettura più approfondita della situazione di Isabella, che pur non escludendo la presenza di ansie persecutorie, sia collegata anche ad esperienze più primitive di andare in pezzi, riferite non soltanto a un oggetto cattivo presente che perseguita, ma a un oggetto che non c’è stato. È possibile che durante l’estate la paziente, che ha perso il contatto con l’analista abbia anche perso la propria coesione. Non è stata per niente bene, come racconterà nella seduta di cui si parla e, ritornando, teme di non ritrovare la stessa analista che ha lasciato.

Secondo Esther Bick la pelle ha una funzione fondamentale nella relazione cogli oggetti primari, poiché permette la coesione fra diverse componenti della personalità non ancora distinte dalle parti del corpo. (1)

Le componenti della personalità, nella forma più primitiva, non hanno forza coesiva e devono essere tenute insieme, in una esperienza di tipo passivo. Il neonato, contenuto dall’ambiente, fisicamente sostenuto dalla madre, che lo tiene in braccio, lo guarda, lo tocca e gli parla, svolge per lui la funzione di contenimento, come una pelle che costituisce il confine fra sé e l’ambiente.

La possibilità di introiettare questa funzione dipende dalla presenza di un oggetto esterno capace di svolgere questo compito. L’identificazione con questo oggetto/funzione crea lo stato di integrazione e dà il via alla fantasia di uno spazio interno ed esterno. Solo a questo punto possono entrare in gioco i meccanismi di scissione primaria e di idealizzazione del Sé e dell’oggetto descritti da M. Klein. Quindi l’introiezione di questa funzione è il presupposto di qualsiasi relazione oggettuale, anche quella con oggetti parziali e dà l’avvio alla posizione schizoparanoide.

Spesso, quando si verificano le condizioni di perdita del contatto, come avviene per Charles che viene lasciato solo, nudo e indifeso, il bambino cerca un punto di equilibrio che possa rimetterlo momentaneamente insieme, qualcosa che riesca a catturare la sua attenzione, una luce, un suono. Si crea così una pelle temporanea

 

Il lavoro di Esther Bick, citato nel titolo, è pubblicato in italiano soltanto nel 2013 nel libro Il modello Tavistockdi M. Harris e E. Bick. L’autrice era ben conosciuta in Inghilterra, anche prima della pubblicazione di questo articolo nel 1968 sull’International Journal of Psychoanalysis, perché aveva ideato e condotto le osservazioni della relazione madre/bambino prima alla Tavistock, già dal 1948 e poi nel training psicoanalitico dell’Istituto di Psicoanalisi di Londra. Ho letto questo articolo in inglese,  quando ho frequentato il corso di formazione Martha Harris, che si è tenuto a Roma, per la prima volta nei primi anni ‘90, in cui si praticava l’Infant observation con la supervisione di analisti della Tavistock di Londra. Questa esperienza ha informato in modo importante tutto il mio successivo lavoro come analista.

sostitutiva di quella che non è fornita dalle cure della madre. Questa ricerca affannosa testimonia di una capacità potenziale e cruciale per superare questo tipo di angosce, quindi un atteggiamento attivo, forse un proto-desiderio, potenzialmente evolutivo.

Negli anni ’60 del secolo scorso, quando operava Esther Bick, una tesi del genere era rifiutata sia dal pensiero psicologico che psicoanalitico; si riteneva impossibile, da Piaget a Winnicott, che il neonato potesse sentire la mancanza di un oggetto del desiderio. Per Winnicott il neonato non cerca freneticamente niente. Certo, deve esserci l’holding materna, ma non perché il neonato lo desideri, ma perché altrimenti non sentirebbe di “essere” l’oggetto e perderebbe il senso di onnipotenza. Per Bick il neonato soffre di non essere più feto, di non avere un contenitore che gli faccia da pelle, come la placenta; in questa mancanza è alla frenetica ricerca di un oggetto e quando lo trova vive soltanto un quieto benessere, senza onnipotenza. C’è invece concordanza con Freud, per il quale il bambino ricerca, oltre alla soddisfazione del bisogno, anche un piacere orale. Ma la Bick aggiunge che la ricerca non è soltanto rivolta al piacere o alla soddisfazione della fame, ma anche a un oggetto-contenitore che svolga la funzione di holding.

Un bambino viene messo in braccio all’osservatore, perché se ne prenda cura. La madre si allontana. Il bambino gira la testa da una parte all’altra, agita le mani, infine alza una mano e la unisce all’altra, come a un supporto, poi le avvicina al viso per tenersi a quello. Si teneva da sé. Quando la madre lo riprende per metterlo a dormire, lui le prende i capelli e si avvicina al collo. La madre intenerita dice “Mi stai accarezzando”.

Il fatto che il bambino deve trovare un oggetto capace di vincolare l’attenzione per tenere unite le parti della personalità significa che il neonato ha una sua soggettività. L’impulso è coordinato non solo con l’attenzione, ma con la sensazione propriocettiva di contenimento, con l’udito e con l’odorato e anche e soprattutto con la memoria che dà il senso di familiarità, che permette di ricordare l’oggetto quando non c’è e che lo riconosce quando ritorna. In conclusione per raggiungere l’integrazione sono necessarie molte cose: un oggetto esterno capace di contenimento disponibile, ma anche un bambino capace di attivare funzioni cognitive: attenzione e memoria, oltre alle altre sensazioni.

Un’altra novità concettuale, che emerge dall’osservazione, è che il bambino all’inizio non ha solo una relazione con un oggetto parziale (il seno), ma con la madre che sostiene, che parla, che ha un odore familiare.

Nell’articolo del 1975 c’è un ulteriore sviluppo concettuale, viene introdotta l’“identificazione adesiva”. In questo saggio la Bick afferma che il neonato, oltre a cercare di essere contenuto, cerca anche attivamente di afferrare e attaccarsi a qualcosa che cattura la sua attenzione per tenersi insieme.  Si riferisce all’afferrare e all’attaccarsi, all’aderire, che nomina come “identificazione adesiva” che costituisce una tattica difensiva per tenersi insieme. Uno sviluppo difettoso della funzione primaria del contenimento può condurre, come ulteriore strategia difensiva: alla formazione di una seconda pelle, in cui la dipendenza dall’oggetto è sostituita da una pseudo indipendenza attraverso l’uso inappropriato di certe funzioni mentali o attitudini, che dovrebbero fungere da contenitore. Sono esempi tipici di questo fenomeno il precoce sviluppo della parola, che fornisce il suono della propria voce e uno sviluppo muscolare tale da tenere il corpo unito.

In sostanza viene illustrato un modello di deprivazione infantile, espressione con la quale si intende un fallimento del contenimento materno primario, l’emergere di una angoscia catastrofica di disintegrazione e il manifestarsi delle difese elementari del neonato, quando la madre non è in grado di prestargli una mente e le cure necessarie a confortarlo.

Queste osservazioni e i concetti teorici che ne sono stati tratti hanno permesso lo sviluppo di studi su alcune patologie psicosomatiche relative alla pelle (eczemi, alopecia ecc.), di alcune malattie autoimmuni e del deficit immunitario, come dei comportamenti di autolesionismo.

Queste premesse teoriche, tratte dall’osservazione diretta dei fatti, comportano, a mio avviso, importanti ricadute sull’attività clinica.

Nel caso di pazienti che non hanno stabilito in modo saldo questa funzione di contenimento del sé, spesso ci troviamo di fronte a un’iniziale adesione bidimensionale e incondizionata all’analista e la messa in scena durante le sedute della manifestazione di sintomi di frammentazione. La situazione analitica offre le condizioni migliori perché queste angosce primitive possano essere rivissute, e trovare un diverso esito, se il setting contenitivo è solido e se l’analista è capace di conservare il contatto, senza farsi sopraffare dalla confusione e da sentimenti di impotenza. Ciò permette una graduale introiezione passiva di questa funzione, la creazione di un confine fra sé e il mondo, in cui è possibile la comparsa della fantasia di uno spazio interno ed esterno e l’attivazione dell’identificazione proiettiva. È possibile allora, a mio avviso, che si manifesti anche un transfert negativo, che in questo caso deve essere bene accolto come fatto evolutivo, poiché rende possibile la scissione e la proiezione di parti del sé indesiderate e l’attivazione della funzione di rêverie dell’analista.

Le osservazioni documentate da Bick dimostrano la differenza fra stati di integrazione e non integrazione.

Alice è la figlia di una giovane madre immatura. Questa madre aveva scarso piacere nel contatto corporeo con la bambina. Gradualmente aumentò la tolleranza del contatto corporeo e diminuì il bisogno della madre di stimolare la bambina a manifestare vitalità. Contemporaneamente nella bambina ci fu una diminuzione degli stati di non integrazione, come tremore, starnuti, movimenti scoordinati. In seguito a un trasloco che creò disordine si ridusse nella madre la capacità di contenere la bambina. La madre si allontanò da lei. La nutriva mentre guardava la TV, oppure di notte al buio senza prenderla in braccio. Aumentarono nella bambina i disturbi somatici e gli stati di non integrazione. Il padre si ammalò e la madre voleva riprendere il lavoro e spingeva la bambina a una sorta di indipendenza, costringendola a uno svezzamento precoce. Si rifiutava di rispondere ai pianti notturni e spingeva la bambina a manifestazioni aggressive che poi ammirava. A sei mesi la bambina era iperattiva e aggressiva. C’era stato un auto-contenimento muscolare, una seconda pelle.

Nei pazienti che hanno sofferto di un grave disturbo nel periodo dell’allattamento, c’è una formazione inadeguata della prima pelle. Questo sviluppo difettoso causa una fragilità nell’integrazione, che si manifesta, appunto, in stati di angoscia di disintegrazione, diversi dalla regressione. Si tratta di non integrazione parziale o totale, a livello corporeo, posturale, motorio e delle corrispondenti funzioni mentali, specialmente la comunicazione. La seconda pelle può manifestarsi come una corazza muscolare, che può corrispondere a una muscolarità parziale o totale o una muscolarità verbale.  Anche nel caso della mia paziente, Isabella, si era creata una seconda pelle. L’agorafobia manifestava l’angoscia di disintegrazione e la mancanza della funzione di contenimento delle parti del Sé che si esprimeva nella difficoltà motoria concreta di uscire di casa se non rinchiudendosi nella propria auto quando era in strada o travasandosi nella stanza di analisi. Questa funzione era sostituita da una intensa attività sui Social Network, dove era riuscita a stabilire relazioni virtuali con una quantità di personalità note del mondo del giornalismo e dell’editoria. Questa attività, che favoriva la convinzione di essere un’intellettuale colta, onnipotente e onnipresente, costituiva la seconda pelle e mascherava la sua incapacità di affrontare il mondo esterno senza andare in pezzi.

Quando si analizza questa seconda pelle si possono manifestare stati di non integrazione. Ma solo se l’analisi si spinge fino all’elaborazione della dipendenza primaria dall’oggetto materno, si può modificare la fragilità di fondo. Nell’analisi l’aspetto contenente è costituito dal setting analitico, dove è cruciale la solidità della tecnica.

Le manifestazioni di non integrazione producono nell’analista sentimenti di controtransfert di confusione e impotenza, ai quali si può reagire soltanto con la pazienza, come suggerito da Bion, in sostanza attraverso una difficile ricostruzione della capacità di resistere a questi stati e di attendere che qualcosa di comprensibile o di evolutivo si manifesti nella propria mente.

Esther Bick documenta questi stati controtransferali descrivendo ciò che accade nel gruppo che discute le osservazioni, in cui si manifestano critiche nei confronti della madre e sentimenti di sfiducia e impotenza, dai quali si riemerge solo con difficoltà, cercando di riattivare una visione prospettica.

Ma le implicazioni del lavoro della Bick non finiscono qui.

Una madre che soffre di una depressione puerperale offre al bambino cure prive di calore. In questo caso il bambino può usufruire solo di un contatto a livello di oggetti parziali che non sono sufficienti a realizzare il contenimento necessario.

La depressione puerperale è una condizione molto più diffusa di quando si pensi, ma può essere superata, durante l’allattamento, se l’ambiente sostiene la madre e la aiuta ad acquistare una sufficiente fiducia in se stessa, tanto da poter svolgere il suo compito.

Ritengo poi che questi concetti di mancanza di contenimento possano essere estesi a fenomeni sociali e siano alla base di comportamenti di gruppo patologici. Un esempio possono essere le scazzottate di gruppo degli adolescenti, durante il periodo del lock down, in cui gravi carenze di contenimento dell’ambiente, anche per l’assenza supplente della scuola, vengono colmate da una pelle sostitutiva, fatta di contatti fisici violenti. Solo adesso stiamo comprendendo fino in fondo quanto la “casa scuola”, anche nel senso fisico dell’edificio, sia un rappresentante di quella funzione di contenimento della pelle, funzione svolta non solo dalla presenza degli insegnanti e dei compagni, ma dall’istituzione nel suo insieme, fatta di punti di riferimento, relazioni individuali e collettive, valori che è rappresentata dall’edificio in cui ci si rea tutte le mattine. L’importanza simbolica e concreta della funzione di questi edifici è dimostrata dalla caparbia volontà degli studenti di occupare le scuole durante la pandemia per rivendicare il diritto allo studio non a casa loro, ma a scuola.

 

Leave a Reply

Your email address will not be published.